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IBA Cocktail: il Claridge

1/3 Dry Gin

1/3 Vermouth dry

1/6 Apricot Brandy

1/6 Cointreau

Si prepara nel Mixing glass con poco ghiaccio cristallino.

Origini e curiosità

 

Il Claridge deve il suo nome ad un albergo, il “Claridge Hotel” situato nei pressi degli Champs Elysées a Parigi. Qui un bartender di nome Leon, pare, creò il drink. Situato vicino a luoghi storici come l’Arco di Trionfo, il Grand Palais, la Torre Eiffel, Place de la Concorde, l’albergo permette con una passeggiata di raggiungere tutti i luoghi del centro di Parigi.

Altre fonti invece attribuiscono questo drink in onore del “Claridge Hotel” di Londra dalle mani Ada Coleman; una delle prime Barlady.
Lei comincia la sua professione all’età di 24 anni appunto al “Claridge Hotel” di Londra, per trasferirsi nel 1903 all’American Bar del Savoy Hotel, restandoci sino al 1926. Qui forse Harry Craddock conosce la ricetta che poi riporterà nel libro.

 

Storico delle ricette

Una delle prime tracce del cocktail si trova nel libro Harry’s ABC of Mixing Cocktails di Harry MacElhone, così presentata:

Claridge Cocktail

1/3 French Vermouth,

1/3 Gin,

1/6 Apricot Brandy,

1/6 Cointreau.

Shake well and strain into cocktail glass

  Harry Craddock la propone nel suo The Savoy Cocktail Book e curiosamente ne aggiunge anche un’altra: The Frankenjack cocktail

1/3 Gin

1/3 French Vermouth

1/6 Cointreau

1/6 Apricot Brandy

Come si vede è praticamente identica al Claridge.

 

 

I prodotti

L’apricot brandy (letteralmente acquavite di albicocca) è un liquore aromatizzato di albicocca, dal colore arancio e con un gusto dolce. Per ottenerlo, vengono fatti fermentare i frutti con parte dei noccioli. Diffusosi soprattutto nel nord Europa, ha una gradazione alcolica generalmente tra il 24% e il 29% in volume. Questo dipende dalle singole ricette delle varie Case liquoristiche: per esempio la Bols lo produce a 24%.

Nei cocktails IBA lo ritroviamo raramente, oggi nella nuova codificazione è presente solo nel Paradise.

L’albicocca è il frutto dell’albicocco (Prunus armeniaca): si tratta della stessa famiglia e genere di frutti come la ciliegia, la pesca e la prugna. Originario della Cina nordorientale al confine con la Russia, ha oltre 4000 anni di storia. Dall’Asia passò in Armenia, dove, si narra, venne scoperta da Alessandro Magno. I Romani la introdussero in Italia e in Grecia nel 70-60 a.C., ma la sua diffusione nel bacino del Mediterraneo fu consolidata successivamente dagli arabi: infatti Albicocco deriva dalla parola araba Al-barquq. Oggi la ritroviamo in oltre 60 Paesi e viene coltivato in climi caldi o temperati e relativamente asciutti.

Il frutto è ricco di vitamina B, C, PP, ma soprattutto di carotenoidi, precursori della vitamina A. E’ curioso notare come la carenza di questa vitamina provoca secchezza della pelle e delle mucose respiratorie, digerenti e urinarie. Ma non solo: può provocare facile rottura delle unghie, alla presenza di capelli fragili e opachi, a certe difficoltà nella cicatrizzazione delle ferite, addirittura a un arresto nella crescita e a un’aumentata fragilità ossea.

Tra i sali minerali, troviamo magnesio, fosforo, ferro, calcio e potassio, facendone un alimento irrinunciabile per chi è anemico, spossato, depresso e cronicamente stanco.

 

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Edizioni Sandit

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