Ma sai cosa festeggi …il 31 ottobre?

Domani sera moltissimi locali saranno dedicati al tema di Halloween. Che drink proporre oltre al Vampiro e allo Zombie? Ma soprattutto: si sa cosa c’è da festeggiare?

 

Arriva anche quest’anno (è innegabile non notarlo) anche la festa di Halloween con il suo carrozzone di maschere, feste e baldoria, tanto da trasformarlo in un Carnevale d’inverno. I cocktail ovviamente devono essere a tema: dal classico Vampiro, cocktail nazionale messicano, al Bloody Mary, pare dedicato a Maria Tudor (Maria la sanguinaria) ed altri in tema. Ma considerato che le ricette dei cocktails si trovano facilmente, andiamo a vedere invece da dove ha origine questa festa, scoprendo che come al solito gli americani non hanno nulla da insegnarci in tema di tradizioni. Infatti tra il 31 Ottobre ed il 1 Novembre si festeggiava la notte delle calende d’inverno, che era l’antico nome dato dai Celti e dai Romani a questa notte.

Noi oggi tramandiamo le “tradizioni” spesso senza sapere dove hanno avuto origine (a volte nemmeno il fine). Quindi il termine esatto potrebbe essere “abitudine”, ma non è così. Il termine tradizione si riferisce a consegnare, trasmettere. Termine che si può riferire in vari ambiti: da quelli religiosi, sino a fatti storici. Curioso notare come traditore oggi riveste un’accezione negativa, mentre in realtà significa trasmettitore. Spesso utilizzo Etimo.it per partire con le lezioni o per approfondire termini poco noti. È un vocabolario storico del Novecento, oggi disponibile sul web.

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Le zucche, simbolo di questa “festa” americana (ma che non lo è come vedremo, o quantomeno si tratta di appropriazione indebita) attirano l’attenzione e sono diventati sinonimo di bande di ragazzi che girano a cercare dolci nelle case. Ebbene questa tradizione era già conosciuta in Italia, sin dai tempi più antichi, tanto che resiste nell’enogastronomia, con la presenza di dolci tipici e naturalmente altre storie.

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Zucca intagliata dal docente ed artista Mario Longhitano

I Celti

La tradizione celtica divideva l’anno solare in due periodi. Il primo si chiamava Beltane, qui la natura si risvegliava e dava il meglio di se stessa (tra la primavera e l’estate). Nell’altro periodo invece la natura entrava in letargo e “moriva” (per poi rinascere). Si chiamava Samhain. I giorni di inizio di questi due periodi venivano festeggiati, il primo, durante il mese di maggio (quello della vita che si manifestava dopo la rinascita primaverile), il secondo a metà autunno (quello della morte e della quiete della natura).

I Romani

Quando si dice che le origini delle tradizioni sono comuni. Infatti anche presso i Romani si festeggiava un giorno simile al Samhain: la festa in onore di Pomona (la “signora dei frutti”). In questa festa si salutava la fine del periodo agricolo produttivo e si ringraziava la terra per i doni ricevuti. L’integrazione tra le due feste (celtica e romana) avvenne ai tempi della conquista di Cesare della Gallia. I giorni divennero gli stessi, poi nel tempo si festeggiò in un unico momento: tra la notte del 31 ottobre e il 1 novembre.

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La dea Pomona in un dipinto

 

Le calende d’inverno

Il termine calenda (da cui deriva calendario) indica il primo giorno del mese nel calendario romano. Da qui trae origine la frase “rimandare qualcosa alle calende greche”, ossia rinviarlo a tempo indeterminato (cioè non si farà mai o quasi, in quanto nel nel calendario greco non esistevano le calende).

 

Il Cristianesimo

Sostanzialmente con il Cristianesimo (quello delle prime origini) il significato non mutò, poiché si festeggiava il punto di contatto tra il mondo dei vivi (quelli dove la luce era nel massimo splendore, primavera ed estate), con quello dei morti (l’inverno che stava arrivando, dove la luce del sole andava “spegnendosi” man mano sino ad arrivare al solstizio d’inverno).

Tuttavia con il passare del tempo, precisamente nel VII secolo con il Papa Bonifacio IV, si cercò di mutare definitivamente la festa pagana in festa cristiana, eliminando il simbolismo legato all’agricoltura e alla natura, e dandole un significato solo religioso. La festa così come appariva, era ancora legata ai misteri eleusini, alla morte e rinascita del germe di grano, anche se poi, come è possibile appurare, era tutto un linguaggio simbolico che si riferiva alla nascita e alla morte dell’uomo e della donna. Concetto che sarà ribadito dal Cristo proprio ad alcuni greci che andarono a trovarlo (Gv 12,20-33).

 

regorio IV e la festa del 1 Novembre

Nel 835 papa Gregorio IV fece coincidere ufficialmente la festa di Ognissanti il 1 Novembre, ma la festa pagana continuava ad essere festeggiata, per cui si introdussero a quel punto due feste: il 1 Novembre dedicata a tutti i Santi ed il 2 Novembre dedicata alla commemorazione dei defunti. Il segno dello Scorpione (che caratterizza il mese di Novembre) non è a caso, visto che tra gli antichi simboleggiava proprio il mistero della morte e della rinascita e governava, tra le altre cose, anche i cimiteri. L’Ottava casa (il Segno dello Scorpione) simbolizza nell’oroscopo proprio l’aldilà.

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Durante i festeggiamenti del 2 Novembre era solito mascherarsi da angeli e demoni e nello stesso tempo di accendevano grandi fuochi, simbolo di potenza, calore e luce, con lo scopo di aiutare a rischiarare coloro che erano entrati nel regno delle ombre. Fu così che molti secoli dopo, coloro che andarono a colonizzare i Paesi anglosassoni, portarono questa festa che prese il nome di Halloween, ossia All Hallows = Tutti i Santi e eve = Vigilia. Vigilia appunto della festa di Ognissanti.

 

La zucca

Ma gli anglosassoni non “copiarono” solo il nome della festa, ma anche le usanze. Per esempio la zucca: in Italia sono diversi i luoghi dove vi era l’abitudine di intagliare la zucca e trasformarla in teschio. In Calabria, Serra San Bruno (VB) c’è l’usanza del “Coccalu di muortu“: i ragazzini intagliano e modellano la zucca riproducendo un teschio (che si chiama proprio così in dialetto serrese: “coccalu di muortu“). Con questa girano poi per le vie del paese, bussando alle porte o fermando le persone, dicendo la frase “Mi lu pagati lu coccalu?” (tradotto letteralmente “Me lo pagate il teschio?”). Ciò ricorda molto il “trick or treat?” (“dolcetto o scherzetto?”) della tradizione anglosassone di Halloween d’oltreoceano.

Vediamo alcune regioni italiane con i loro riti. Valle d’Aosta: la notte tra il 1 e il 2 novembre si usa vegliare davanti ai fuochi accesi, lasciando sulla tavola delle pietanze per i morti. In Piemonte: sempre la notte fra il 1 e il 2 novembre, la tradizione piemontese voleva che, nell’apparecchiare la tavola per la cena, si aggiungesse un piatto per il defunto che tornava a far visita ai vivi. In Liguria Liguria: secondo tradizione il giorno dei morti si devono preparare i “bacilli” (fave secche) e i “balletti” (castagne bollite).  In Lombardia: in molte zone esiste ancora la tradizione di lasciare, la notte tra l’1 e il 2 novembre, un vaso pieno d’acqua nella cucina di casa, per dissetare i defunti venuti in visita.

Gli ossi di morto

Gli ossi di morto

 

Gli ossi di morto sono i classici biscottini che vengono preparati in occasione della commemorazione dei defunti.

 

Friuli: anche in questa regione era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio; era comune pure lasciare un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane. Trentino Alto Adige, qui la notte prima del 2 novembre, le campane vengono fatte suonare per moltissime ore, così da radunare le anime che vanno a spiare le case dalle finestre: per questo motivo, è tradizione lasciare la tavola apparecchiata con il focolare acceso per tutta la notte.

Anche le “fave dei morti” trovano spazio tra i (pochi) dolci tipici di questo periodo. Sono preparati con una farina di mandorle dolci che si ottiene pestando nel mortaio, alla quale si aggiungono mandorle secche e dello zucchero.

 

In Umbria e nelle Marche vengono preparati dolcetti a forma di fava, chiamati “Stinchetti dei Morti”, che vengono mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati che non ci sono più. Emilia Romagna: un’antica usanza era la “Carità di murt”, l’abitudine dei poveri di recarsi di casa in casa per chiedere cibo, così da calmare le anime dei defunti. Questa abitudine, sotto nomi diversi, è diffusa in molte regioni, ma a girare di casa in casa sono i bambini, vestiti da fantasmi: rappresentano le anime dei defunti che chiedono doni (le preghiere) e in cambio promettono di non spaventare o fare scherzi.

Toscana: nella provincia di Massa Carrara ai bambini veniva regalata le sfilza, collana di castagne lesse e mele, che poi indossavano per la festa del “Bèn d’i morti”, la ricorrenza del 2 novembre, che veniva così chiamata perché in questo giorno, gli eredi dei defunti, erano tenuti a donare cibo ai bisognosi, facendo così un’opera di bene in ricordo dei propri cari.

In Campania vi era il cosidetto “torrone dei morti” (a base di cioccolata), mentre in Sicilia durante la notte i genitori preparavano “‘u cannistru” (la cesta) con tanta frutta martorana, “lu scacciu” (misto di frutta secca fatta di ceci tostati, semi di zucca tostati, arachidi, nocciole tostate, pistacchi), i Tetù (quelli bianchi coperti di zucchero a velo e quelli marroni coperti di cacao), li “ossa ri muortu” ( “ossa di morto”, dolcini di “pasta di miele” ricoperti di glassa bianca, duri come ossa) e tanto altro ancora.

Sempre in Sicilia alcuni dolci erano veramente delle vere opere artistiche, come queste piccole statue, vere antenate del cosiddetto cake design.

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Un giorno il celebre studioso delle religioni Alfonso Maria di Nola chiese ad una donna come facesse a credere che i morti mangiassero e bevessero, visto che il loro cibo la mattina successiva era intatto, lei rispose: I morti non sono corpi ma anime, perciò mangiano l’anima del cibo, non il corpo

Il grano

Spesso nelle sacre scritture molti concetti vengono espressi sotto forma di simbolo o per allegoria. Così accade in un celebre passo del Vangelo di Giovanni dove alcuni greci vanno a trovare Gesù con l’intenzione di vederlo. Il Cristo poi dice: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,20-33).

Il tema della morte e della rinascita lo si ritrova proprio attinente al simbolismo del grano. Non a caso i chicchi vengono seminati ad Ottobre, restano nella terra, come morti appunto, ma a primavera rinascono poi come spighe (dapprima verdi, e poi colore oro). Il simbolo della spiga lo ritroviamo in diverse tradizioni, soprattutto nei Misteri di Eleusi dove era simbolo di Demetra. Ma anche nella Pasqua dove le chiese venivano addobbate con spighe di grano verde.

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Bibliografia

Tutte le grandi tradizioni religiose si sono volute occupare dello stato post mortem, cercando di analizzare, sin dove era possibile, gli ultimi stadi della morte per capire cosa ci fosse in un altro stato privo di materia così come siamo abituati a concepirlo noi. I tibetani sicuramente e così anche gli egiziani. Nella tradizione cristiana sicuramente vale la pena citare Tommaso Palamidessi e il suo Libro Cristiano dei Morti.

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Breve sitografia utile:

http://www.evoluzioneculturale.it/2012/10/31/di-halloween-ognissanti-e-di-cio-che-ci-mette-nel-piatto/

http://www.thinkdonna.it/festa-ognissanti-commemorazione-dei-defunti-tradizioni-italia.htm